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Il pollice improPponibile -
Inviato da trentunozerouno | 1 Marzo, 2010 | num_reads (14587)
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Inviato da trentunozerouno | 1 Marzo, 2010 | num_reads (63)

Vado chiedendomi da molto tempo, sempre con maggior urgenza, come mai il pollice sia diventato improponibile.

La domanda insiste, scava buche tra i pensieri, getta alle spalle il materiale di risulta; azzanna buone intenzioni e lascia impressi i denti nella carne viva.

Noi siamo gli esponenti sui trent'anni - evoluti ed ovulati - di una generazione che non sa più scrivere, che fatica a pensare, che fa quello che gli si comanda di fare.

Si rivoltano nella bara, negli ossari e nelle urne cinerarie i nostri avi, capaci di imprese epiche nelle più svariate discipline e arti; loro sì, avevano il pollice opponibile.

Il nostro pare diventato atrofico, spezzato dallo sconsiderato utilizzo dei media, dall'usura di dubbie console da gioco aggreganti. E' ormai per tanti un accessorio utile per afferrare stoviglie di plastica e telecomandi, nulla più.

E allora questo modesto blog è nato a beneficio di  chi vorrà sapere che questo benedetto pollice ancora può esser terminale di pensieri veri, di intenzioni concrete, di spiragli di luce sul presente - che tanto il futuro non esiste ancora.

 Dove si possa dirigere nessun lo sa, io per primo nutro dubbi; eppure li scavalco, mi faccio forte dell'esser vicino alle scimmie, perciò pensante, eppur più capace di aggregare parole di senso compiuto.

Qui si potranno leggere racconti, poesie, pensieri, lasciando che l'anima liberi l'arte già esistente in essa.

Niente più di questo.

 buona lettura amici dal pollice opponibile.

Emanuele Saccardo

Inviato da trentunozerouno | 1 Marzo, 2010 | num_reads (121)

 

 

 

Premessa:

A me i ragni fanno abbastanza schifo.

Comunque non è che a loro io stia particolarmente simpatico.

In effetti il sostantivo ragno già nel titolo, sta un po’ sul cazzo ad entrambi; però, per parlarvi della persona in questione, l’immagine è la piu’ adatta, direi che gli sta precisa come un guanto.

Anzi, due guanti.

Quindi per il tempo che servirà a srotolare questa storia, sia tregua tra umana specie ed aracnidi.

 

 

 

Fu la prima volta che il piccolo Alex mise piede in uno stadio.

E scusate, non uno stadio qualunque.

San Siro, la passeggiata dei sogni, ancora senza l’inguardabile terzo anello infilato come una cintura dentro quelle torrette butterate di oblò.

 

 

Novembre 1986, in scena Italia-Svizzera per le qualificazioni al campionato europeo.

Faceva un freddo assassino, il sole se la giocava a testa o croce con la nebbia; tutto era colore, voce, odore intenso d’erba e fumogeni.

Alex, dal basso dei suoi 7 anni, era rapito, gli occhi vagavano sognanti e spalancati.

Poi giunse il momento delle due squadre, il loro ingresso fu salutato da applausi e sorrisi in stereofonia, specialmente quello di alcuni atleti, beniamini del pubblico di casa e di fede interista.

Ed ecco la folgorazione per il piccolo Alex: uno di quegli eroi normalmente di nerazzurro vestiti, rapì la sua immaginazione e prese per mano la sua vera natura, ancora tenera e vergine ma non meno reale.

Lo fissò a lungo.

La maglia diversa da quella dei compagni.

La catena dorata e massiccia, libera di fluttuare dal collo al petto.

Il naso storto da pugile dilettante e lo sguardo da furbo di periferia.

Il sorriso pieno e scintillante di chi sa che la gente è lì anche per lui. Soprattutto per lui.

La sua corsetta leggera incontro all’area di rigore, a braccia alzate sopra la testa, in un applauso riconoscente verso quella gente che scandiva il suo nome.

E l’applauso incorniciato dai guanti che gli vestivano mani grandi quanto una vanga.

Guanti bianchi a vederli da dove li guardava Alex, bianchi e rassicuranti come il latte che la mamma gli faceva bere a colazione.

Walter Zenga.

Questo era il nome del suo nuovo punto di riferimento, del suo supereroe mascherato da portiere.

Durante quella gara non gli staccò mai gli occhi di dosso, nemmeno quando l’Italia segnò le tre reti con cui portò a casa la vittoria e due punti preziosi nell’economia del girone.

No, ad Alex questi conteggi non interessavano, lui osservava ciò che la propria natura gli stava suggerendo di poter diventare: un portiere.

Sentiva in cuor suo di possedere quello che stava vedendo in Walter Zenga, rapidità e riflessi, istinto e follia, carattere forte, da numero uno.

Anzi, da numero 1.

Nel corso della partita gli vide fare uscite spericolate nei piedi degli avversari, voli plastici e spettacolari a difesa dei tre legni della propria porta, lo sentì gridare all’indirizzo di compagni, avversari e arbitro.

Quando bloccava il pallone con le sue enormi mani, lo custodiva qualche secondo tra le braccia, lo sguardo da mezzogiorno di fuoco, la postura fissa e perfettamente eretta, la testa in avanti.

Dopo una parata, restava a terra ad indugiare sugli applausi che da copione piovevano dagli spalti.

Sì, non c’era dubbio, Alex voleva diventare come lui.

 

 

Ottobre 1994, stesso stadio e altre età.

Quella di Alex e quella di Zenga.

I ruoli però adesso erano gli stessi, Alex stava rincorrendo il suo mito, era un promettente portiere delle giovanili del MIlan.

Walter difendeva la porta della Sampdoria, per la seconda volta sul campo che per tanti anni fu la sua casa.

Alex era lì quella domenica per fare il raccattapalle, per piazzarsi alle spalle del suo idolo ed osservarlo dal vivo, come decine di altre volte aveva fatto, da quella partita dell’Italia in poi.

Ma questa volta gli sarebbe stato a pochi passi, calpestando la stessa erba, sotto le stesse voci.

Stava per vivere un sogno, un sogno plasmato mesi e che adesso non avrebbe piu’ avuto ostacoli.

Aveva pensato a tutto.

Al fischio finale dell’incontro, sarebbe saltato oltre il cartellone pubblicitario che gli stava di fronte e sarebbe corso fulmineo verso Zenga, prima degli altri, per fargli i complimenti e dargli a mano la lettera che aveva scritto per lui, per ringraziarlo di avergli fatto provare così tante emozioni e averlo indirizzato sulla sua stessa strada.

Magari avrebbe incontrato anche il suo sguardo furbo da spaghetti western.

Magari il portierone della Samp gli avrebbe persino rivolto la parola.

Cazzo mancava il fiato a pensare che sarebbe potuta accadere tutta questa roba, il cuore batteva in testa chiedendo asilo fuori dal torace.

 

 

E poi tutto questo accadde.

E successe anche altro, a riprova che noi piccoli esseri incartati dal cielo possiamo immaginare quel che ci pare, tanto è la vita ad aver sempre l’ultima parola, nel bene e nel male.

Qui trattiamo del bene.

Perché giu’nella pancia di San Siro i raccattapalle del Milan sostavano fuori dagli spogliatoi dei giocatori veri, in attesa che uscissero per portar le loro borse al pullman, in attesa ancora piu’ giu’, nei parcheggi intestini dello stadio.

Tra di loro c’era anche Alex, soddisfatto di aver recapitato la sua lettera all’indiscusso idolo di tutta una vita e di averne ricevuto in cambio un semplice sorriso.

D’un tratto, una voce adulta domandò ad alto volume chi fosse Alessandro Dorsacca ed il giovane Alex sbiancò in volto.

Non sapeva se la voce intendesse redarguirlo per aver avvicinato un giocatore – le regole per i raccattapalle erano piuttosto ferree – o se sarebbe accaduto altro.

Però doveva alzare la mano.

La voce si fece piu’ bassa e prese un tono confidenziale, mentre lo esortava ad avvicinarsi allo spogliatoio della Sampdoria.

Alex si avvicinò e a quel punto la voce diventò volto, il volto diventò ancora sorriso e ringraziamento.

Walter Zenga di fronte a lui, in accappatoio, gli stava tendendo i propri guanti, usati poco prima in partita.

Grazie della tua lettera Alessandro, questi sono per te; in bocca al lupo per la tua carriera.”

Alex rispose con un grazie a te a fior di labbra, sentendosi uno stupido per non aver riconosciuto la voce, incredulo e disorientato dalla sorpresa come mai prima nella sua breve esistenza.

La porta dello spogliatoio si richiuse un istante dopo, il giovane promettente portiere delle giovanili del Milan rimase impalato lì, con i guanti del suo idolo tra le mani e la certezza di aver appena vissuto una cosa da raccontare per tutta la vita.

 

 

Febbraio 2010, fuori nel piazzale dello stesso stadio.

Alex oggi è venuto a farsi un giro davanti a San Siro, come fa spesso; questa è sempre stata la sua seconda casa.

Ma oggi non ha potuto fare a meno di pensare alla domenica in cui Zenga gli regalò il suo paio di guanti, che ancora troneggia su di una parete nella sua stanza.

Oggi Alex fa l’impiegato, non ha sfondato nel calcio.

La sua rincorsa al proprio idolo ha iniziato a perdere d’intensità poco dopo la magia di quella domenica di ottobre.

Capita.

Gli amici, le ragazze, poca voglia di continuare a far sacrifici per un pallone.

L’infortunio alla spalla, sette mesi di riabilitazione, vagare tra squadre e squadrette prima di piantarla lì.

Vabbè, capita.

Alex oggi non può fare a meno di ricordare una delle poche frasi che il Walter gli disse quel giorno: “In bocca al lupo per la tua carriera….”

Alex pensa….

Ma mi avrai mica portato sfiga? Potevi farti un po’ i cazzi tuoi?

 

Emanuele Saccardo

 

Inviato da trentunozerouno | 1 Marzo, 2010 | num_reads (50)
 

 

Tutti lo chiamavano vecchio, anche se non lo era affatto.

Era sulla trentina portati male, annegati nella grappa – alla fine è il fegato ad avere l’ultima parola – stempiato ai limiti della calvizie e con un dente ogni tre spazi vuoti.

Pareva una mummia con la parola.

Parola, poi….emetteva suoni, spesso disarticolati o poco decifrabili, ma con i gesti e i suoi sorrisi sdentati ti faceva capire quand’era il caso che gli offrissi da bere.

La cosa piu’ ironica era il suo nome: Leone.

Con un nome così ti saresti aspettato un armadio a tre ante, bello, solare. E poi letto tutto di seguito con il cognome, Cunningham, suonava anche bene.

 

 

Da sempre, - quel sempre dei racconti sospesi sopra i banconi dei bar – lui se ne stava seduto sui gradini dell’unico esercizio del piccolo paese, di quei locali che sono contemporaneamente latteria e Sali e Tabacchi e mescita vini e tutto quello che volete.

Quei gradini erano il suo appartamento, il suo piccolo pezzo di mondo.

Tentava di vendere accendini fosforescenti e poche altre chincaglierie inutili, passate da un pezzo.

Ovviamente con i pochi soldi che faceva ci si ammazzava di alcol.

In fondo la gente del paese gli voleva bene, si era affezionata a lui, un po’ per il suo stato e per la tenerezza che in molti suscitava, un po’ per le sue origini e per le sue cicatrici.

Di frequente alla gente sentivi dire oddio cos’avrà passato, per forza che beve, mica siamo tutti forti uguali davanti alla guerra e alla fame e allo schifo. E noi, quella roba lì l’abbiamo vista solo in tv.

Perché Leone era somalo.

Quella roba l’aveva vista e vissuta. Altro che tv.

E non dev’essere stata una passeggiata vivere in Somalia nei primi anni novanta.

Lui era là, poco piu’ che bambino, nella Mogadiscio dei Signori Della Guerra.

Il cognome anglosassone che portava, era fittizio: glielo avevano cucito addosso i militari americani, quando lo avevano trovato tra le baracche di paglia, senza piu’ i genitori – ammazzati, torturati o fuggiti, nessuno poteva dirlo con certezza – e magari anche il suo nome arrivava da loro.

Al paese nessuno sapeva piu’ di questo, ma bastava.

E ne avanzava.

Ogni tanto, se lo guardavi in fondo agli occhi vedevi un pozzo nero, profondo; ti venivano i brividi ad immaginare quante atrocità lui ci avesse dovuto ficcare dentro, il piu’ possibile lontane dagli occhi, per sopravvivere.

Ti veniva una fitta allo stomaco se pensavi che per sopravvivere gli è toccato imparare a nuotare nell’oblio di grappe e roba simile. Dopo la forza sobria di migliaia di chilometri percorsi a piedi, da profugo, tentando di dare un senso a quello che gli stava capitando, dopo tutto quello che già gli era capitato.

E qualcuno, da questa parte di pianeta, sempre pronto a dire va come si è ridotto, ma come si fa? Bisogna reagire, bisogna lottare.

Troppo facile giudicare a bocce ferme. Stiamoci dentro noi, in panni come i suoi, poi vediamo chi non impazzisce.

 

 

Qualche mese fa il vecchio Leone ci ha salutati.

In un giorno di sole tiepido si è addormentato su quei gradini, in quel paese che lo aveva adottato.

Nessuno se n’è accorto fino all’orario di chiusura, perché sembrava dormisse beato.

Aveva il volto scavato rivolto al cielo, gli occhi chiusi e un mezzo sorriso.

Magari è riuscito a riempire di terra il suo pozzo fino a sotterrarlo, o ad inondarlo di luce, poco prima di andare via.

Magari è passato sopra il villaggio che lo vide nascere, sopra il mare, tra la sua gente, poco prima di andare via.

 

 

Spesso, ripensando al vecchio Cunningham, mi torna in mente Il Piccolo Principe….come lui sembrò arrivare dal nulla, per essere poi restituito al cielo.

Come lui parve rassicurare chi restava, con un sorriso.

Come lui cercava di tenere pulito il suo piccolo mondo, come poteva.

E allora ciao Leone, questa sera brindo alla tua.

Rigorosamente con la grappa.

 

Emanuele Saccardo

Inviato da trentunozerouno | 2 Marzo, 2010 | num_reads (27)

Torna ad intingere le dita
dentro la scatola dei colori
ad immergerti fino alla vita
in un campo di fiori


smetti di fumare
smetti di urlare


e lamentarti
smetti di pensare
che in tutto questo andare
tu sia il solo a non spostarti


lascia che il caffè
sia sempre una piccola magia
lascia che anche a te
un aereo dedichi la scìa


cammina e abbraccia
corri e canta
ridi, dormi, piangi
guarda e impara


vedi e passa
datti
senza mai risparmiare
non sta nei patti
l'energia non può scadere.

L'amore
basta pensarlo perché esista
e praticarlo perché resti.

Emanuele Saccardo

Inviato da trentunozerouno | 2 Marzo, 2010 | num_reads (37)

Fui scorza secca e dura
d'un frutto spremuto da dita
indelicate
e
scheletro d'atleta
lungo il sole di marzo

Sono stato cuoco d'istanti
speziati, ma senza sale
crudi
e
ligio arredatore
di anime in affitto.

Il pensiero sempre meno pallido
i conti che ora tornano
e
polmoni pronti a vivere
anziché esistere
soltanto.

N'è passata d'acqua
ne son caduti di ponti
ora
tocca prendere la vanga
e far spazio
alle radici.

Emanuele Saccardo

Inviato da trentunozerouno | 3 Marzo, 2010 | num_reads (48)

Parafrasando la sempreverde opera del genio Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, anche il sottoscritto si trova suo malgrado ad inaugurare un "diario di bordo".

Amici dal pollice opponibile intendiamoci: non ho alcuna intenzione di tediarvi con l'annotazione cervellotica e maniacale di particolari-non-particolari, tipo dove ho pranzato oggi con i miei fichissimi colleghi dell'upper class meneghina, quanto ho pagato per un indimenticabile aperetivo qualunque, gustato tra altrettanto indimenticabili polveri sottili.

No. Absolutely no.

Lascio che siano altri a far la conta dei denari spesi per apparire.

Io tento l'impervia strada dell'essere, anche se con l'egocentrismo artistico imperante sottopelle; anche se con una certa supponenza e qualche inevitabile giudizio sommario - sorry, ma alzi la mano chi non casca in queste trappole ogni tanto.

Questo diario tenterà di darvi qualche dritta su ciò che accade fuori dalle finestre telematiche (lo sapete vero, che esistono persone in carne e ossa là fuori? Hallooo???), proverà ad impegnarsi nel darvi suggerimenti utili in ambito letterario, vi terrà aggiornati a proposito di forum interessanti e manifestazioni cultural-musicali in giro per la città, suggerira ricette succulente per migliorare la vostra alimentazione quotidiana (vogliamo finirla di idolatrare fast food e fratellini ipercancerogeni?) e la vostra vita sociale intorno ad una tavola.

Siate magnanimi...sono solo a tentar di far quadrare questo cerchio....qualcosina resterà fuori....

 A proposito di egocentrismo, sulla destra trovate una serie di link, poco sotto le note biografiche.

Sono tutti collegamenti che rimandano a siti di poesie (dove pubblico e dove potete trovare tante cosette carine altrui); il link di Yahoo l'ho messo solo per sfizio e comodità personale, giuro non becco un euro di emolumento - per inciso, se mi offrissero soldi.....DIREI SI'!! oh amici, c'è troppa crisi -

Dopo cotanta introduzione, passo ai primi suggerimenti.

Ma nel giorno primo bis...seguitemi pollici impazienti...

Inviato da trentunozerouno | 3 Marzo, 2010 | num_reads (47)

Eccoci di nuovo amici dal pollice opponibile.

RICETTA DEL GIORNO

Direi che si può partire da qualcosa di abbastanza facile e veloce da preparare, considerati i ritmi da iperspazio quotidiani.

Pronti?

Fusilli piccanti

Ingredienti per 4 persone

  • 360 g di fusilli
  • 2 spicchi d'aglio
  • 1 peperonicino rosso
  • 1 ciuffo di prezzemolo
  • 1 ciuffo di basilico
  • 6 pomodorini (sardi, cherry, mini sammarzano...fate voi)
  • 5 cucchiai di olio di oliva (meglio se extravergine)
  • sale quanto basta

 

20 minuti per preparare e cuocere, se siete già pratici dei fornelli, altrimenti un bel segno della croce - per i cattolici - e datevi da fare che non sarà lo Spirito Santo a far bollire l'acqua.

Questo è un primo leggero figliuoli....potete anche strafogarvi un poco.

Lavate e tritate fine aglio e prezzemolo insieme (occhio alle dita, specie i cari amatissimi pollici). Nel mentre fate cuocere i fusilli in abbondante acqua salata che avrete già portato ad ebollizione - voi o lo Spirito di cui sopra.

Mettete sul fuoco una pentola bassa e capiente, versandovi il trito d'aglio e prezzemolo, con l'aggiunta dell'olio (se non avete la pentola, chiedetela al vicino/vicina...è così che nascon nuovi amori).

Unite al trito il peperoncino e i pomodorini tagliati grossolanamente e scaldate il tutto per pochi minuti, ma senza friggere (non siamo mica gli americani....).

Scolate la pasta al dente e mettetela in una zuppiera ben calda - se la zuppiera non la possedete....c'è il vicino/vicina - .

Versate il sugo sui fusilli e mescolate: prima di servire spolverate con prezzemolo avanzato dal trito e foglie di basilico.

Tutto chiaro? Bene, buon appetito.

Per il dopocena consiglio un tete à tete con il vicino/vicina....se però avete preso il due di picche e una grande padellata in testa, consolatevi con una lettura leggera....

"Jack Frusciante è uscito dal gruppo", per iniziarvi al linguaggio del nizzardo/bolognese Brizzi Enrico.

A presto pollici!!

Inviato da trentunozerouno | 23 Marzo, 2010 | num_reads (33)

TIN

TIN TIN

CIACATIN

TIN TIN

CIACA

Pensa

TIN TIN

CIACA

se i suoni stessero in silenzio

........

... ...

.....

nessun poeta ha mai immaginato

parole fuori pentagramma

perchè anche un battito del cuore

è trionfo musicale,

così una scena dentro il film

e gli occhi belli in un metrò,

oppure gatti narcotizzati dal sole

 

NIENTE

DICO NIENTE

che non sappia di note

qui sulla terra,

nemmeno la pioggia grigia

di Milano

a novembre.

TIN

TIN TIN

CIACATIN...

 

Emanuele Saccardo

Inviato da trentunozerouno | 23 Marzo, 2010 | num_reads (37)

Amici eretti su due zampe dipendenti da un pollice,

scusate il ritardo....

questo secondo giorno del diario di bordo arriva dopo almeno tre settimane di polveroso silenzio....la mia lena scribacchina è stata pari alla proporzione cane/uomo, per anni vissuti....

ora non mi dilungherò più di tanto su quel che sono le novità del pianeta terra (tanto sembra sempre tutto uguale, no? Berlusconi è sempre lì....), una soltanto però merita d'esser segnalata: lo scorso venerdì, 19 marzo 2010, al FRIDA di Milano (locale radicalchic con birra non a buon mercato, però ottima) c'è stata la presentazione del primo numero di quest'anno del giornalino BANLIEUE.

Questa pubblicazione è giunta complessivamente al quinto numero, opera resa  possibile da alcuni impavidi universitari che si sono letteralmente sbattuti l'anima per ottenere i fondi mille lire.

Ora, ve l'ho soltanto accennato perchè è davvero un giornalino carico, pregno di buona scrittura, meritevole di approfondimenti e da cui trarre spunti ed ispirazione.

Per ora l'unico ostacolo è la distribuzione, ahimè, dal momento che lo si riesce a trovare solo con il passaparola, all'interno degli atenei o nei peggiori bar di Caracas...

Fate ballare l'occhio e se leggete in cima ad una copertina gialla il titolo Banlieue....don't esitate!!!

è gratuito!!!!

 

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